2009-11-03
Le prime mappe complete del nostro sistema solare - prodotte dalla sonda spaziale IBEX - hanno rivelato una struttura simile ad un nastro luminoso, composto da atomi densamente compattati, disposto intorno ai suoi confini. Un team internazionale di scienziati sta cercando di svelare il mistero del nastro - che non era stato osservato nelle precedenti missioni delle navicelle Voyager - e saranno necessarie ricerche più approfondite sul suo ruolo, le quali potrebbero condurre a nuovi indizi su come l'eliosfera funzioni realmente. Le scoperte sono state pubblicate sulla rivista Science.
La sonda IBEX (Interstellar Boundary Explorer) della NASA - lanciata a ottobre 2008 per una missione di due anni - per l'esplorazione e il monitoraggio dei confini tra il sistema solare e lo spazio interstellare, in particolare le interazioni tra il sole e l'eliosfera - la "bolla" che racchiude il sistema solare, lo protegge dai pericolosi raggi cosmici e segna il confine tra il nostro sistema solare e il resto dello spazio.
La missione della sonda IBEX era di creare una prima immagine completa di ciò che accade al margine dell'eliosfera, fotografando gli atomi energetici neutrali (ENA) che circondano la regione. Le prime mappe "a tutto cielo" dei confini del sistema solare - che è lungo oltre 9 milioni di miglia - hanno rivelato un luminoso e denso nastro di ENA che compiono un cerchio quasi completo intorno al sistema solare.
Il capo ricercatore dell'IBEX - David McComas del Southwest Research Institute in Texas, negli Stati Uniti - ha detto del fenomeno: "Abbiamo osservato circa un milione di ENA nell'arco dei sei mesi necessari per la creazione della mappa. Il nastro si trova proprio dove il campo magnetico della galassia è più avvolto intorno ai confini esterni dell'eliosfera.
"Si tratterebbe di una coincidenza straordinaria, oppure potrebbe essere un indizio incredibile del fatto che in qualche modo questo campo magnetico esterno stia effettivamente penetrando nella nostra eliosfera, attraverso un processo che ancora non siamo riusciti a capire. Altri ipotizzano che il nastro sia in realtà leggermente cambiato e che forse si sia evoluto nei sei mesi che sono passati dalla prima mappatura".
Scienziati del Southwest Research Institute hanno spiegato che il nastro di ENA in prossimità dell'eliosfera non era stato previsto da modelli o teorie. Hanno anche fatto notare che la sua presenza fa supporre un'interazione tra l'ambiente galattico circostante e l'eliosfera e tra il campo magnetico interstellare e l'eliosfera.
Le scoperte fatte dalla sonda IBEX sono appoggiate dalle immagini dell'interazione tra l'eliosfera e lo spazio interstellare elaborate da un'altra sonda, la navicella Cassini, che sta attualmente esplorando Saturno. La sonda Cassini ha prodotto una serie di mappe dell'eliosfera in cui il nastro appariva come una più ampia "cintura".
Per molto tempo gli scienziati hanno creduto che a formare la struttura dell'eliosfera fossero i venti solari, ma la presenza del nastro sembra mettere in dubbio questa tesi.
Gli scienziati che confrontano le scoperte dell'IBEX con i modelli precedenti dell'eliosfera convengono nel dire che nessun modello esistente riesce a spiegare la presenza del nastro, che potrebbe essere un aspetto dell'eliosfera permanente o temporaneo. È probabile che la scienza spaziale dovrà rivedere la sua concezione della struttura dell'eliosfera e di come essa interagisce con lo spazio interstellare.
Allo studio hanno partecipato scienziati europei dell'Università di Berna (Svizzera), del Centro di ricerca spaziale dell'Accademia polacca delle scienze (Polonia), dell'Università di Bonn (Germania), della Ruhr-Universitä t Bochum (Germania), dell'Università statale di Mosca (Russia), dell'Istituto di ricerca spaziale e dell'Istituto per i problemi meccanici dell'Accademia russa delle scienze, e dell'Agenzia per la ricerca e la tecnologia spaziale (Grecia).
Per maggiori informazioni, visitare:
Science
Southwest Research Institute
Fonte: Southwest Research Institute; Science
Documenti di Riferimento: McComas, D.J., et al. (2009) Global Observations of the Interstellar Interaction from the Interstellar Boundary Explorer (IBEX). Science, pubblicato online il 15 ottobre. DOI: 10.1126/science1180 906.
Codici di Classificazione per Materia: Coordinamento, cooperazione; Ricerca scientifica; Ricerca spaziale e satellitare RCN: 31431
Spazio/un Corpo celeste di 10 metri si disintegra in cielo
Indonesia, impatto pari a tre bombe atomiche
MILANO — Gli specialisti del Pentagono e della Nasa hanno sciolto, con una conclusione da brivido, il mistero per quanto è accaduto l’8 ottobre nel cielo dell’Indonesia. Erano le 11 del mattino quando un tuono poderoso faceva tremare le pareti delle case della città di Bone lungo la costa e la gente correva in strada pensando al terremoto. Ma guardando in cielo assistevano a una pioggia di polveri e a nuvole di vapore che la tv indonesiana riprendeva mostrando l’enigmatico fatto e diffondendo la paura.
Una preoccupazione maggiore assaliva i sorveglianti del Pentagono che nei continenti gestiscono l’International Monitoring System, cioè quella catena di stazioni che con sistemi a infrasuoni registrano eventuali esplosioni nucleari sul pianeta o nell’atmosfera. Così la Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organisation controlla il rispetto degli accordi sul bando dei test nucleari. Anche a 18 mila chilometri di distanza da Bone gli apparati mostravano che qualcosa di grave e violento era accaduto nell’atmosfera.
Gli specialisti dell’US Air Force e di alcune università che lavorano per la Nasa riuscivano dalle registrazioni a risalire alla causa dell’evento. Un asteroide di dieci metri di diametro era caduto nell’atmosfera alla velocità di venti chilometri al secondo. Sbriciolandosi nell’impatto soprattutto a un’altezza tra i dieci e i venti chilometri scatenava un’energia di 50 kton (equivalente a cinquantamila tonnellate di
tritolo), vale a dire una potenza oltre tre volte superiore alla bomba atomica di Hiroshima, che era di quindici kton.
Per fortuna la natura del bolide cosmico e la sua taglia consentivano la disintegrazione e la dissipazione in cielo dell’energia senza provocare danni al suolo se non un’onda d’urto che ha fatto temere il peggio.
Ora è tutto chiaro, ma quanto è successo ha aumentato l’inquietudine per un’eventualità fino a epoche recenti nemmeno considerata. Statisticamente corpi di taglia simile cadono una volta ogni dieci anni. Ma il guaio è che non si riesce ad accorgersene come in Indonesia perché gli strumenti disponibili non li «vedono».
«Al di sotto dei cento metri — dice Tim Spahr, direttore del Minor Planet Center di Cambridge (Massachusetts, Usa) sovrintendente a questo mondo dei pianetini — ne abbiamo registrati ben pochi. Ma non certo di dieci metri. Per scoprirne anche di più grandi intorno ai venti metri occorrono telescopi più potenti e costosi».
Il pericolo esiste, infatti, a partire da questa taglia perché sarebbe in grado di provocare disastri in superficie. Quello caduto a Tunguska nel 1908 aveva un diametro di cinquanta metri e distrusse la foresta per duemila chilometri quadrati. Oggi esiste una rete di sorveglianza, ma è ancora troppo ridotta. Il Congresso americano ha chiesto alla Casa Bianca di elaborare una strategia precisa entro l’ottobre 2010 tenendo conto delle indicazioni che entro l’anno elaborerà il National Research Council.
Intanto la scorsa settimana al congresso della Società geologica americana, Sankar Chatterjee, dell’Università del Texas, ha presentato i risultati di un’indagine che cambia lo scenario all’origine della scomparsa dei dinosauri. Chatterje ha dimostrato che l’asteroide o cometa di quaranta chilometri, arrivato sessantacinque milioni di anni fa, cadde non nella Penisola dello Yukatan, ma in India, nel bacino di Shiva. L’impatto creò uno strato di polvere che avvolse l’intero pianeta sconvolgendo il clima.
Giovanni Caprara Corriere 02 novembre 2009
Potrebbe scorrere in profondità per centinaia di metri creando una cavità molto stabile
MILANO - Hanno trovato un buco sulla Luna e lo hanno fotografato. È il primo ad essere scoperto dopo anni di ipotesi e ricerche sulle fotografie raccolte in quasi mezzo secolo di esplorazioni spaziali. A riuscirci è stata la sonda giapponese Kaguya che per due anni, e sino al giugno scorso, ha ripreso in continuazione mari e valli seleniche. Un apposito team di planetologi della Jaxa, l’agenzia spaziale nipponica, era al lavoro proprio con questo fine: trovare buchi lunari. E ci sono riusciti aprendo un interessante panorama di possibilità per quanto riguarda i piani della colonizzazione di cui si parla sempre più insistentemente.
LE IPOTESI - Il buco è stato identificato in un’area vulcanica vicino alle colline «Marius Hills» e ha un diametro di 65 metri. Junichi Haruyama, il leader del gruppo di ricercatori, ha spiegato che potrebbe scorrere in profondità per centinaia di metri creando una cavità molto stabile. Come si sia formato non è ben chiaro. Potrebbe essere stato generato in seguito a un’eruzione vulcanica nelle prime epoche della formazione del corpo celeste. Nei processi di raffreddamento della lava si generano situazioni del genere. Oppure si ipotizza che possa essere un buco che dalle profondità lunari permetteva la fuoriuscita della lava miliardi di anni fa.
Comunque sia l’origine, il buco c’è ed ora si vuol capire bene le sue caratteristiche. Per questa ragione la sonda americana Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa, da poco arrivata in orbita, punterà i suoi obiettivi per tracciarne con maggior dettaglio (dieci volte superiore) un identikit. Ma nel frattempo si metterà alla ricerca anche di altri possibili buchi esistenti in regioni diverse della superficie.
FUTURA RESISDENZA? - Questo interesse, oltre ad essere legato alla decifrazione della geologia lunare e alle caratteristiche del sottosuolo, mira già ad un’importante applicazione. Quella di trasformare questi buchi in residenze per gli astronauti nella colonia lunare a cui si sta pensando. Sulla Luna c’è il problema delle radiazioni dalle quali gli esploratori dovranno difendersi. Per risolvere questo problema che condiziona i futuri sviluppi dell’esplorazione ci sono tre possibilità.
Una è quella di costruire unità di abitazione con materiali e sistemi in grado di schermare la pioggia di radiazioni cosmiche che costituiscono un grave pericolo alla salute umana. La seconda ipotesi è quella di ricoprire le unità di abitazione di uno strato di regolite, che è il materiale della superficie, il quale funziona da schermo. La terza è di scovare caverne lunari nelle quali abitare. In questo caso il basalto della struttura geologica lunare è efficacissimo nella protezione. Ecco perché si cercano i buchi come quello finalmente trovato.
Le successive indagini ci diranno se la via delle caverne è davvero la soluzione vincente. Intanto le abbiamo trovate e questo è un punto di partenza concreto importante che materializza una possibilità in passato soltanto teorizzata.
Giovanni Caprara Corriere 23 ottobre 2009
Il futuro spaziale dell'Europa
UFO. Oggetti misteriosi. Lanterne cinesi. Starne formazioni nuvolose. In questo 2009 nei cieli del mondo si è visto di tutto. In questi giorni è toccato ad un meteorite. E’ il 13 ottobre e nei cieli della Germania e in quelli dei Paesi Bassi testimoni dicono di aver visto una “palla di fuoco”. In pieno giorno.
Un oggetto luminoso nel cielo accompagnato da un suono come di un tuono. Si è subito gridato all’ennesimo Ufo. Migliaia di chiamate sono arrivate alla polizia e ai vigili del fuoco. Ma si trattava di una meteora. Di circa un metro di larghezza. Si sarebbe sbriciolata in sassolini minuscoli forse caduti nel Mare del Nord.
L’evento non sembra essere isolato. A marzo, sull’isola danese di Lolland, sono stati ritrovati i resti di un meteorite caduto nel mese di gennaio. E dall’osservatorio di Bochum in Germania informa che per il 21 Ottobre, a partire dalla mezzanotte fino all’alba, è prevista una pioggia di meteoriti. Circa 45 meteore.
Sarà una lunga notte da quelle parti. Vi terremo aggiornati. (cm)
Gialli 15 ottobre 2009
2009-10-08
Quando cade un meteorite sulla Terra, spesso è impossibile stabilirne l'esatta provenienza nel sistema solare. Dei 1.100 meteoriti atterrati sul nostro pianeta negli ultimi 200 anni, i ricercatori sono riusciti a individuare l'origine di soltanto una dozzina. Una nuova rete di fotocamere posizionate nel deserto australiano è riuscita ora nell'impresa e ha rintracciato le origini di un nuovo meteorite.
Dopo aver analizzato la traiettoria del meteorite nel cielo - documentata dalla rete di fotocamere - il team internazionale di ricercatori provenienti dall'Australia, Repubblica ceca, Regno Unito e USA ha pubblicato le sue conclusioni sulla rivista Science, scrivendo che il meteorite proviene dalla fascia di asteroidi tra Marte e Giove.
Lo studio è stato in parte finanziato dall rete di ricerca ORIGINS ("Elucidating the origins of solar system(s): anatomy of primitive meteorites") del programma Marie Curie, con una somma di 2,6 milioni di euro.
Attraverso la tecnica fotografica a intervalli temporali, la rete scatta ogni notte un'unica fotografia del cielo. Sulla base di questa fotografia, che fissa l'immagine di un eventuale meteorite, gli esperti possono tracciare l'orbita dell'oggetto e prevederne il probabile punto di atterraggio.
"Siamo estremamente entusiasti della nostra scoperta", dice il dottor Phil Bland dell'Imperial College London, primo autore dello studio. "I meteoriti sono le rocce più analizzate sulla Terra, ma è veramente raro per noi riuscire a stabilirne la provenienza. Cercare di stabilire cosa sia successo agli inizi del sistema solare senza conoscere l'origine dei meteoriti, è come cercare di interpretare la geologia dell'Inghilterra a partire da pietre raccolte in un qualsiasi giardino."
L'oggetto, della grandezza di una pallina da cricket, è stato trovato nella piana di Nullarbor nell'Australia occidentale, dov'era atterrata nel luglio 2007. Anche la composizione del meteorite si è rivelata insolita, esso era composto da un tipo raro di pietra basaltica ignea.
Una teoria recente suggerisce che gli asteroidi composti da questo tipo di pietra ignea potrebbero costituire le basi su cui si formano i pianeti come la Terra. L'origine e la composizione del meteorite si riallacciano a questa teoria, e offrono quindi preziosi dettagli sulla formazione del nostro sistema solare.
La straordinaria scoperta va a corroborare le speranze dei ricercatori sul fatto che la rete di fotocamere nell'Australia occidentale sarà in grado di fornire ulteriori dettagli preziosi. "Non siamo il primo team a mettere in rete una serie di fotocamere per tracciare i meteoriti", dichiara il dott. Bland. "Ma gli altri team hanno incontrato degli ostacoli, perché i meteoriti sono piccole rocce e non sono facili da individuare in aree con molta vegetazione. La nostra soluzione è stata abbastanza semplice: creare una rete in un luogo in cui i meteoriti sono facilmente rintracciabili. Il deserto Nullarbor si è rivelato un posto ideale, grazie alla sua scarsa vegetazione e al colore chiaro della sua sabbia, sulla quale le rocce scure sono facilmente individuabili.
"È stato fantastico trovare un meteorite - di cui abbiamo rintracciato le origini nella fascia di asteroidi - già durante la nostra prima spedizione, usando soltanto una piccola rete di prova", ha fatto notare il dott. Bland. "Siamo cautamente ottimisti sul fatto che questa scoperta potrebbe essere la prima di una lunga serie, ma se ciò avverrà, ogni scoperta potrebbe offrirci degli indizi su come si è formato il nostro sistema solare."
Per maggiori informazioni, visitare:
Science
Imperial College London
Cordis
di Gigi Donelli
Due colpi secchi a breve distanza l'uno dall'altro. Due boati che nessuno sentirà perdersi nello spazio. Alle 13 e 30 ora italiana di venerdì 9 ottobre l'appuntamento da seguire in diretta sui canali della Nasa è sulla Luna, anzi nei pressi del polo sud lunare dove continua la caccia all'acqua sul nostro satellite con un esperimento che sembra partorito dalla mente di Jules Verne.
Dopo un viaggio di cento giorni nello spazio e il razzo Centauro e la navicella (Lcross Lunar Crater Observation and Sensing Satellite) si separano mentre viaggiano in rotta di collisione con la Luna: il razzo ormai privo di propellente prosegue la sua corsa, mentre la navicella spaziale sfrutta gli aviogetti per rallentare la sua corsa mentre resta sulla medesima traiettoria distruttiva.
E' proprio questa la chiave dell'esperimento: il Centauro, che è un cilindro di più di tre metri di lunghezza prosegue la sua corsa fino a schiantarsi in un cratere perennemente in ombra. Scava un buco di 4 metri per 20 di diametro e solleva soprattutto una colonna di detriti: è in quella polvere che la navicella cercherà, prima di distruggersi, di confermare la presenza di quelle tracce d'acqua che potrebbero determinare la direzione delle prossime missioni esplorative, della Nasa e non solo.
Sulle orme di M-Cube
Pochi giorni fa la professoressa Carle Pieters della Brown University aveva annunciato su Science di aver scoperto consistenti tracce di molecole di idrogeno dalle indagini combinate di tre strumenti di osservazione, M3, Deep Impact e Cassini. In particolare la mappatura compiuta dallo strumento americano M3 (M-Cube) era stato definito dalla ricercatrice statunitense "un grande passo in avanti per capire il processo di formazione del nostro satellite naturale". L'M3, il più sofisticato spettrometro mai inviato a studiare il nostro misterioso vicino, ha individuato in diverse zone polari della Luna tracce di molecole d'acqua e idrossile, molecole instabili composte da un atomo di idrogeno e uno di ossigeno.
Una dichiarazione clamorosa puntualizzata poi dal direttore del Planetary Science Division della Nasa: "Dobbiamo dire chiaramente – ha spiegato Jim Green – che persino il più arido dei nostri deserti contiene più acqua di quanta ne abbiamo trovata sulla Luna, ma è proprio il fatto che siamo certi di averla trovata a rendere eccezionale la nostra scoperta".
Dalle sorprese di Mercurio alle antenne che si indossano
MARS: BEFORE LIFE or AFTER LIFE? STUNNING HD PHOTOS!
Lo afferma il capo progetto della sonda Chandrayaan-1, prima missione spaziale interamente indiana, lanciata da New Delhi l’ottobre scorso. Si attende ora la conferma della NASA proprietaria dello strumento che avrebbe rilevato la presenza di acqua.

New 24/09/2009
Delhi (AsiaNews/Agenzie) - La missione spaziale indiana Chandrayaan-1 ha trovato acqua sulla luna. Lo ha annunciato Mylswamy Annadurai, responsabile del progetto che ha lanciato nello spazio la prima sonda indiana nell’ottobre scorso. A rilevare la presenza di acqua è stato il Moon Minerology Mapper (M3) spettrometro della Nasa caricato sulla sonda indiana con lo scopo di stilare la mappa totale della superficie lunare.
L'annuncio ha scatenato l’entusiasmo dei protagonisti del programma spaziale indiano che negli ultimi anni sta facendo grandi passi avanti nella ricerca e nella costruzione di vettori e satelliti. Annadurai afferma che “la ricerca di tracce di acqua sulla luna” era “uno dei principali obiettivi di Chandrayaan-1”. La sonda, pur avendo interrotto i contatti con la terra in agosto, con largo anticipo rispetto al programma, avrebbe quindi svolto con pieno successo la sua missione.
G. Madhavan Nair direttore dell’Indian Space Research Organisation (Isro), l’agenzia spaziale di New Delhi, è più cauto di Annadurai. In attesa che la Nasa accerti la scoperta, Nair non conferma e annuncia maggiori informazioni sul caso entro la fine della settimana.
Gli scienziati hanno ipotizzato la presenza di acqua sulla luna fin dagli anni ’80, ma la scoperta indiana sarebbe la prima conferma di questa ipotesi e supererebbe. Per l’ISRO si tratterebbe di un grande successo.
Il programma spaziale indiano non ha ancora celebrato il primo anniversario del lancio del Chandrayaan-1, la prima missione interamente made in India, e già vanterebbe un successo epocale. Nell’ottobre 2008, quando la sonda era in rampa di lancio al Centro spaziale Satish Dhawan di Sriharikota, l’ex capo dell’Isro, G.K. Menon, aveva annunciato che “il prossimo passo sarà una missione umana sulla luna, per la quale gli studi sono già in corso” (vedi AsiaNews, 21/10/2008, “In partenza il primo satellite indiano per la Luna, cercherà acqua”).
Intanto, in attesa di inviare gli astronauti, l’Isro ha mandato nello spazio Oceansat-2, il suo secondo satellite destinato studiare clima e atmosfera dagli Oceani. Il lancio, avvenuto con successo il 23 settembre, è parte di una missione internazionale che vede coinvolte anche Germania, Svizzera e Truchia, proprietarie dei sei nano satelliti messi in orbita insieme all’Oceansat-2 grazie ad un vettore di fabbricazione indiana.

(AGI) - New Delhi, 23 set. - C'e' acqua sulla luna: l'annuncio potrebbe arrivare domani dalla Nasa, che ha convocato una conferenza stampa per annunciare "un'importante scoperta". A parlare sara' Carle Pieters della Brown University, uno dei principali ricercatori della Nasa per la mappatura dei minerali della luna (M3). Secondo quanto anticipato dal Times of India, a rilevare per prima la presenza dell'acqua e' stata la sonda indiana Chandrayaan-1 che il 30 agosto aveva dovuto interrompere in anticipo la sua missione, iniziata nell'ottobre 2008.
Chandrayaan-1 aveva tra gli obiettivi principali proprio quello di verificare la presenza di acqua sul principale satellite della terra. In un articolo in imminente uscita su Science, si spiega che una sonda della Nasa, il Lunar Reconnaissaince Orbiter, ha individuato la presenza di ghiaccio nei pressi del Polo sud lunare. Fin dagli anni '80 era stata rilevata la possibile presenza di acqua sulla luna, ma questa sarebbe la prima volta che se ne ha una conferma.
PIERO BIANUCCI
Australia e Nuova Zelanda si fanno avanti per realizzare sul proprio suolo SKA, Square Kilometer Array, un radiotelescopio da un chilometro quadrato composto da 5000 antenne paraboliche dal diametro di 12 metri ciascuna.
Da parte neozelandese ne ha dato ufficialmente l’annuncio a fine agosto il ministro per lo sviluppo economico Gerry Brownlee. Sarebbe il più grande strumento scientifico che abbia mai sondato il cosmo nelle radioonde, un progetto di “big science” che richiede investimenti per 3,1 miliardi di dollari. Siamo nell’ordine di grandezza dell’acceleratore di protoni LHC costruito al Cern di Ginevra per la fisica subnucleare o del Progetto Genoma che nel 2001 ha portato a decifrare l’intera sequenza del DNA umano.
Le ricerche possibili con SKA vanno dalla cosmologia (origine ed evoluzione dell’universo) allo studio di oggetti lontani come galassie attive e pulsar, fino all’ascolto di segnali radio cosmici intelligenti e allo studio dei cambiamenti climatici sulla Terra. Altro candidato a ospitare Ska è il Sud Africa, mentre la Cina e il Brasile sembrano ormai tagliati fuori. Entro il 2012 un comitato di scienziati dovrà decidere qual è la scelta migliore. La costruzione dovrebbe essere completata nel 2020. Una parabola prototipo dal costo di 2 milioni di dollari è già stata costruita e altre 39 sono in via di realizzazione.
La notizia arriva al momento giusto per celebrare il cinquantenario dell’atto di nascita della ricerca di segnali radio intelligenti provenienti dallo spazio: il 19 settembre del 1959 compariva su “Nature” un breve articolo dei fisici Giuseppe Cocconi e Philip Morrison nel quale si suggerivano le frequenze più adatte all’ascolto, quelle corrispondenti alle lunghezze d’onda tra 18 e 21 centimetri. Su queste frequenze emettono l’ossidrile e l’idrogeno neutro, cioè un “pezzo” della molecola dell’acqua e l’elemento più semplice e abbondante dell’universo. Una civiltà che voglia comunicare con culture aliene avrebbe buoni motivi “logici” per sceglierle.
L’articolo di Cocconi e Morrison, intitolato “Searching for interstellar Communications”, si concludeva con una frase che ha la forza degli argomenti di Monsieur de La Palisse: “La probabilità di successo è difficile da valutare; tuttavia, se non iniziamo la ricerca, le probabilità di successo sono sicuramente nulle”.
La comunità degli scienziati interessati al programma SETI, Search for Extra Terrestrial Intelligence, da sempre guarda con forte cupidigia al progetto del super-orecchio SKA. Pur essendo evidente che questo gigantesco radiotelescopio cinquanta volte più sensibile di qualsiasi altro strumento analogo non potrà dedicarsi a tempo pieno alla ricerca di eventuali segnali cosmici artificiali, è altrettanto chiaro che saranno molto importanti le ricadute collaterali in ambito SETI dell’uso di SKA.
Chissà che cosa direbbe di SKA Enrico Fermi, protagonista del primo episodio di autentica big science con il Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica.
Viene in mente Fermi perché il suo nome è inevitabile ogni volta che si parla della possibile esistenza di esseri extraterrestri. A questo argomento il fisico italiano, premio Nobel per le sue ricerche sui neutroni lenti, ha dedicato per la verità solo qualche minuto della sua vita di scienziato e una battuta asciutta, degna di Buster Keaton: “Dove sono?”. Avvenne alla mensa del Laboratorio di Los Alamos nell’estate del 1950 ed era presente Edward Teller, che sarebbe poco dopo diventato il padre della Bomba H, la bomba all’idrogeno. Da allora si parla della faccenda come del “paradosso di Fermi”.
La domanda “Dove sono?”, nella sua allusiva brevità, sottintende alcune cose. Intanto, è ellittica del soggetto: che è “gli extraterrestri”. Poi presuppone che si sappia che nonostante tutte le ricerche fatte finora nessun indizio di alieni è finora emerso. Inoltre, dal punto di vista del metodo scientifico, la domanda di Fermi è anche un invito a ragionare su cose che si possono sperimentare, su fatti concreti. E a mettere in pratica la regola aurea del “rasoio di Occam”: i fenomeni che hanno spiegazioni semplici, come certe apparizioni di luci in cielo, non devono suscitare interpretazioni complicate e improbabili come astronavi aliene, omini verdi che ci spiano e così via.
Tutto giusto. Il “paradosso di Fermi” rimane una saggia messa in guardia da inutili e fuorvianti voli della fantasia. E anche vero, però, che per questo paradosso si sono individuate svariate soluzioni. Il fisico Stephen Webb ne elenca ben cinquanta nel libro tradotto in italiano per l’editore Sironi e intitolato “Se l’universo brulica di alieni... dove sono tutti quanti?”, che sarebbe poi la frase pronunciata da Fermi alla mensa di Los Alamos ma in una versione meno ellittica.
Una cosa è certa. Nel 1950 vere ricerche di alieni non si erano ancora mai tentate. Il primo avvistamento moderno di Ufo è del 24 giugno 1947.
A partire dal 1960, dieci anni dopo la battuta di Fermi, molte ricerche di E.T. sono state avviate e alcune sono in corso, altre in preparazione, ma senza alcun risultato. Questo “silenzio di E.T.” però non vuole dire granché. Le stelle e le frequenze esplorate sono finora poca cosa rispetto all’immensità dell’universo. Qualcuno ha detto che è come se, per verificare se nell’oceano esistono pesci, avessimo finora esaminato un singolo bicchiere di acqua marina.
Frank Drake, 79 anni, pioniere e profeta dei programmi SETI, ha escogitato una celebre formula per calcolare la probabilità che esistano altri pianeti che, come la Terra, ospitano una civiltà tecnologicamente avanzata. Il risultato di questa equazione – che tale non è se si dà alla parola il corretto senso matematico – oscilla tra una e un milione per le civiltà della nostra galassia. Tanta incertezza – che priva la formula di ogni significato scientifico – dipende dal fatto che un parametro dell’equazione è altamente incerto: quello che riguarda la durata di una civiltà tecnologica a partire da quando in essa si giunge alla scoperta di un’arma così potente da essere in grado di distruggere la civiltà stessa.
Nel nostro caso questa scoperta coincide con quella della bomba atomica. Dovremmo riflettere sul fatto che la scettica domanda “Dove sono?” venne proprio dallo scienziato che più di ogni altro aveva contribuito a quella scoperta, e che a dialogare con lui a Los Alamos, patria della bomba atomica, ci fosse Teller, ideatore di un ordigno ancora più distruttivo.
Con tutto ciò, il tema della vita extraterrestre è più attuale che mai.
Nel 1982 la International Astronomical Union ha costituito la Commissione 51 per lo studio dell’Astrobiologia, disciplina fino ad allora indicata come esobiologia. E mentre allora conoscevamo un solo sistema planetario – il nostro – oggi si conoscono quasi quattrocento pianeti intorno ad altre stelle. In altre parole un altro dei parametri incerti dell’equazione di Drake è stato chiarito con esito largamente favorevole all’esistenza di vita anche lontano dalla Terra.
Sommessamente, farei notare che il tempo gioca a favore degli alieni e contro Fermi. Dopo i terribili bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, sono passati 64 anni senza guerre nucleari. Sessantaquattro anni sono un batter di ciglia su scala cosmica, ma incominciamo ad avere qualche speranza che una civiltà tecnologica possa essere abbastanza saggia da non arrivare all’autodistruzione in tempi brevissimi. Ora auguriamoci che personaggi come Ahmadinejad e altri non abbiano intenzione di rovinare le cose. Abbiamo bisogno che quel parametro così incerto nella formula di Drake, la durata di una civiltà tecnologica, si precisi al rialzo, arrivando possibilmente a milioni di anni, cioè il tempo-scala della vita di una specie.
Noi tifiamo per E.T., si sarà capito, non del tutto disinteressatamente.
Il fenomeno non sta seguendo i soliti cicli. E c'è chi pensa che possa accadere quello che successe tra il 1645 e il 1715, quando in Europa e in Nord America si verificò una "piccola era glaciale"
di LUIGI BIGNAMI
E' davvero un Sole anomalo quello che splende nel cielo di questi ultimi anni. Un Sole che sembra non volersi risvegliare dal suo ultimo ciclo di macchie solari che aumentano e diminuiscono a cicli della durata media di 11 anni. L'ultimo massimo si ebbe nel 2001. Il successivo era quindi atteso attorno al 2012. Ma se le cose continuano come in questi mesi, quel massimo potrebbe slittare di molto e le fosche previsioni di catastrofiche tempeste magnetiche per il 2012 sfumare nel nulla.
Il motivo è presto detto. Da quando il numero di macchie solari ha raggiunto il minimo, attorno al 2007-2008, non si è visto il ritorno all'aumento nel loro numero che ci si aspettava per la fine del 2008 stesso. Ad oggi, 24 agosto 2009, sono 44 i giorni consecutivi durante i quali il Sole non ha mostrato alcuna macchia. Ai primi di luglio infatti, un gruppo di macchie denominate con la sigla "1024" aveva fatto pensare a un ritorno all'attività, ma dopo la loro breve apparizione, il Sole è tornato completamente privo di macchie.
A questi fatti si aggiungono altre statistiche che pongono gli astronomi sul "chi va là". Dall'inizio del 2009, anno in cui le macchie solari sul Sole dovrebbero essere ormai numerose, il numero di giorni in cui la stella ne è apparsa priva è di 186, che corrisponde al 79% del totale dei giorni dell'anno. Dal 2004 i giorni senza macchie risultano 697, quando, mediamente, il numero di giorni privi di macchie durante una fase di "minima attività" si aggira attorno ai 485. Vi è poi un ultimo dato: il 2008 ha registrato 266 giorni senza macchie, per trovare un anno con un dato superiore a questo bisogna risalire al 1913, quando furono 311.
Le macchie solari sono una regione del Sole dove la temperatura - di circa 5.000 gradi - è inferiore rispetto a quella circostante - di circa 6.000 gradi - e per questo appaiono più scure, ma al contrario in loro prossimità è molto più intensa l'attività magnetica. Ed è proprio l'intenso campo magnetico correlato alle macchie solari a bloccare il flusso di calore proveniente dalle profondità della stella. Senza attività magnetica, dunque non ci sono macchie solari.
Bill Livingston e Matt Penn del National Solar Observatory di Tucson (Arizona, USA), in un lavoro apparso sull'ultimo numero della rivista scientifica Eos, dimostrano che da alcuni decenni a questa parte i campi magnetici delle macchie solari si stanno notevolmente indebolendo. I due ricercatori stanno rilevando il loro valore dal 1992 e ciò che appare è estremamente evidente. Spiega Livingston: "Dal 1992 ad oggi il valore è sceso da circa 3.000 gauss (l'unità di misura della densità del flusso magnetico) a 2.100, raggiungendo anche il valore di 1.900 nel 2007". Anche se i due scienziati sono certi dei valori registrati, è comunque ancora troppo presto per giungere a conclusioni, certo è che se si estrapolano i loro dati si scopre che il campo magnetico delle macchie solari dovrebbe scomparire del tutto entro poche decadi.
E se così fosse? Potrebbe accadere quello che avvenne tra il 1645 e il 1715, un periodo diventato noto come "Minimo di Maunder". In quell'arco di tempo le macchie divennero estremamente rare, ma quel che è interessante è il fatto che in quel periodo in Europa e in Nord America si verificò la "Piccola Era Glaciale", un arco di tempo tremendo per la sopravvivenza della popolazione di mezzo mondo per il freddo che scese sul pianeta.
Troppo presto per giungere a drammatiche conclusioni, anche perché non è tardi per tenere sotto controllo continuo la stella della vita.
Repubblica 25 agosto 2009
Di Riccardo Meggiato Wired 18 agosto 2009 Scienza
Senza bisogno di ricorrere ad Area 51, invasioni extraterrestri e omini eternamente verdi e con la testa grande, lo spazio offre una moltitudine di misteri da tenerci impegnati per i prossimi secoli. Per esempio la temperatura della “corona solare”, quindi l’atmosfera più esterna del Sole, è molto più elevata di quella vicina alla superficie della stella e nessuno, fino ad oggi, ha saputo spiegare il perché di questo fenomeno.
Fino ad oggi, appunto, perché ora, grazie alle osservazioni del satellite giapponese Hinode, il mistero è stato svelato. E la soluzione è piccola piccola, anzi… nana. Tutto si spiega, infatti, grazie alle “nanoflare”, che potremmo sommariamente tradurre in “nano eruzioni”. Si tratta di piccoli spruzzi di calore ed energia, che formano delle correnti. Le quali, unite, originano un tubo magnetico detto “coronal loop”. In precedenza, qualche scienziato aveva spiegato il fenomeno pensando a una corrente di calore, che stagnava nella corona esterna del Sole, ma questa avrebbe dovuto avere una densità di molto inferiore.
La scoperta di Hinode, invece, mette tutti d’accordo, e dimostra l’efficacia del telescopio a raggi X (XRT) e dell’Extreme-ultraviolet Imaging Spectrometer (EIS) che si trovano a bordo. Sono stati questi due strumenti, infatti, a rivelare che alcune regioni del Sole rilasciano spruzzi di plasma a temperatura elevatissima, che sono all’origine del fenomeno. E quando si parla di temperatura elevatissima, non è certo un modo di dire: l’EIS è arrivato a rilevare fino a 5 milioni di gradi Kelvin per alcuni spruzzi, mentre XRT anche fino a 10 milioni.
“Queste temperature possono essere prodotte solo da impulsivi spruzzi d’energia”, ha affermato James Klimchuk, un astrofisico del Goddard Space Flight Center che ha spiegato la scoperta alla recente International Astronomical Union General Assembly di Rio de Janeiro. In parole (molto) povere, quindi, queste eruzioni spruzzano energia a una grande altitudine rispetto alla superficie solare, creando un anello ad elevata temperatura. Il mistero, dunque, è stato svelato: ma quanti altri ce ne sono ancora da spiegare? La caccia è aperta.



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