2009-11-03
Le prime mappe complete del nostro sistema solare - prodotte dalla sonda spaziale IBEX - hanno rivelato una struttura simile ad un nastro luminoso, composto da atomi densamente compattati, disposto intorno ai suoi confini. Un team internazionale di scienziati sta cercando di svelare il mistero del nastro - che non era stato osservato nelle precedenti missioni delle navicelle Voyager - e saranno necessarie ricerche più approfondite sul suo ruolo, le quali potrebbero condurre a nuovi indizi su come l'eliosfera funzioni realmente. Le scoperte sono state pubblicate sulla rivista Science.
La sonda IBEX (Interstellar Boundary Explorer) della NASA - lanciata a ottobre 2008 per una missione di due anni - per l'esplorazione e il monitoraggio dei confini tra il sistema solare e lo spazio interstellare, in particolare le interazioni tra il sole e l'eliosfera - la "bolla" che racchiude il sistema solare, lo protegge dai pericolosi raggi cosmici e segna il confine tra il nostro sistema solare e il resto dello spazio.
La missione della sonda IBEX era di creare una prima immagine completa di ciò che accade al margine dell'eliosfera, fotografando gli atomi energetici neutrali (ENA) che circondano la regione. Le prime mappe "a tutto cielo" dei confini del sistema solare - che è lungo oltre 9 milioni di miglia - hanno rivelato un luminoso e denso nastro di ENA che compiono un cerchio quasi completo intorno al sistema solare.
Il capo ricercatore dell'IBEX - David McComas del Southwest Research Institute in Texas, negli Stati Uniti - ha detto del fenomeno: "Abbiamo osservato circa un milione di ENA nell'arco dei sei mesi necessari per la creazione della mappa. Il nastro si trova proprio dove il campo magnetico della galassia è più avvolto intorno ai confini esterni dell'eliosfera.
"Si tratterebbe di una coincidenza straordinaria, oppure potrebbe essere un indizio incredibile del fatto che in qualche modo questo campo magnetico esterno stia effettivamente penetrando nella nostra eliosfera, attraverso un processo che ancora non siamo riusciti a capire. Altri ipotizzano che il nastro sia in realtà leggermente cambiato e che forse si sia evoluto nei sei mesi che sono passati dalla prima mappatura".
Scienziati del Southwest Research Institute hanno spiegato che il nastro di ENA in prossimità dell'eliosfera non era stato previsto da modelli o teorie. Hanno anche fatto notare che la sua presenza fa supporre un'interazione tra l'ambiente galattico circostante e l'eliosfera e tra il campo magnetico interstellare e l'eliosfera.
Le scoperte fatte dalla sonda IBEX sono appoggiate dalle immagini dell'interazione tra l'eliosfera e lo spazio interstellare elaborate da un'altra sonda, la navicella Cassini, che sta attualmente esplorando Saturno. La sonda Cassini ha prodotto una serie di mappe dell'eliosfera in cui il nastro appariva come una più ampia "cintura".
Per molto tempo gli scienziati hanno creduto che a formare la struttura dell'eliosfera fossero i venti solari, ma la presenza del nastro sembra mettere in dubbio questa tesi.
Gli scienziati che confrontano le scoperte dell'IBEX con i modelli precedenti dell'eliosfera convengono nel dire che nessun modello esistente riesce a spiegare la presenza del nastro, che potrebbe essere un aspetto dell'eliosfera permanente o temporaneo. È probabile che la scienza spaziale dovrà rivedere la sua concezione della struttura dell'eliosfera e di come essa interagisce con lo spazio interstellare.
Allo studio hanno partecipato scienziati europei dell'Università di Berna (Svizzera), del Centro di ricerca spaziale dell'Accademia polacca delle scienze (Polonia), dell'Università di Bonn (Germania), della Ruhr-Universitä t Bochum (Germania), dell'Università statale di Mosca (Russia), dell'Istituto di ricerca spaziale e dell'Istituto per i problemi meccanici dell'Accademia russa delle scienze, e dell'Agenzia per la ricerca e la tecnologia spaziale (Grecia).
Per maggiori informazioni, visitare:
Science
Southwest Research Institute
Fonte: Southwest Research Institute; Science
Documenti di Riferimento: McComas, D.J., et al. (2009) Global Observations of the Interstellar Interaction from the Interstellar Boundary Explorer (IBEX). Science, pubblicato online il 15 ottobre. DOI: 10.1126/science1180 906.
Codici di Classificazione per Materia: Coordinamento, cooperazione; Ricerca scientifica; Ricerca spaziale e satellitare RCN: 31431
Spazio/un Corpo celeste di 10 metri si disintegra in cielo
Indonesia, impatto pari a tre bombe atomiche
MILANO — Gli specialisti del Pentagono e della Nasa hanno sciolto, con una conclusione da brivido, il mistero per quanto è accaduto l’8 ottobre nel cielo dell’Indonesia. Erano le 11 del mattino quando un tuono poderoso faceva tremare le pareti delle case della città di Bone lungo la costa e la gente correva in strada pensando al terremoto. Ma guardando in cielo assistevano a una pioggia di polveri e a nuvole di vapore che la tv indonesiana riprendeva mostrando l’enigmatico fatto e diffondendo la paura.
Una preoccupazione maggiore assaliva i sorveglianti del Pentagono che nei continenti gestiscono l’International Monitoring System, cioè quella catena di stazioni che con sistemi a infrasuoni registrano eventuali esplosioni nucleari sul pianeta o nell’atmosfera. Così la Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organisation controlla il rispetto degli accordi sul bando dei test nucleari. Anche a 18 mila chilometri di distanza da Bone gli apparati mostravano che qualcosa di grave e violento era accaduto nell’atmosfera.
Gli specialisti dell’US Air Force e di alcune università che lavorano per la Nasa riuscivano dalle registrazioni a risalire alla causa dell’evento. Un asteroide di dieci metri di diametro era caduto nell’atmosfera alla velocità di venti chilometri al secondo. Sbriciolandosi nell’impatto soprattutto a un’altezza tra i dieci e i venti chilometri scatenava un’energia di 50 kton (equivalente a cinquantamila tonnellate di
tritolo), vale a dire una potenza oltre tre volte superiore alla bomba atomica di Hiroshima, che era di quindici kton.
Per fortuna la natura del bolide cosmico e la sua taglia consentivano la disintegrazione e la dissipazione in cielo dell’energia senza provocare danni al suolo se non un’onda d’urto che ha fatto temere il peggio.
Ora è tutto chiaro, ma quanto è successo ha aumentato l’inquietudine per un’eventualità fino a epoche recenti nemmeno considerata. Statisticamente corpi di taglia simile cadono una volta ogni dieci anni. Ma il guaio è che non si riesce ad accorgersene come in Indonesia perché gli strumenti disponibili non li «vedono».
«Al di sotto dei cento metri — dice Tim Spahr, direttore del Minor Planet Center di Cambridge (Massachusetts, Usa) sovrintendente a questo mondo dei pianetini — ne abbiamo registrati ben pochi. Ma non certo di dieci metri. Per scoprirne anche di più grandi intorno ai venti metri occorrono telescopi più potenti e costosi».
Il pericolo esiste, infatti, a partire da questa taglia perché sarebbe in grado di provocare disastri in superficie. Quello caduto a Tunguska nel 1908 aveva un diametro di cinquanta metri e distrusse la foresta per duemila chilometri quadrati. Oggi esiste una rete di sorveglianza, ma è ancora troppo ridotta. Il Congresso americano ha chiesto alla Casa Bianca di elaborare una strategia precisa entro l’ottobre 2010 tenendo conto delle indicazioni che entro l’anno elaborerà il National Research Council.
Intanto la scorsa settimana al congresso della Società geologica americana, Sankar Chatterjee, dell’Università del Texas, ha presentato i risultati di un’indagine che cambia lo scenario all’origine della scomparsa dei dinosauri. Chatterje ha dimostrato che l’asteroide o cometa di quaranta chilometri, arrivato sessantacinque milioni di anni fa, cadde non nella Penisola dello Yukatan, ma in India, nel bacino di Shiva. L’impatto creò uno strato di polvere che avvolse l’intero pianeta sconvolgendo il clima.
Giovanni Caprara Corriere 02 novembre 2009
Visto da astronomi Centro Ufologico Taranto Ottobre 28, 2009
Per gli investigatori relazionati ai fenomeni UFOs vengono chiamate “allerte”. Si tratta di riunioni in diverse parti del paese, fatte per studiare il cielo e le zone “calde”. Naturalmente l’obiettivo principale è quello di una esperienza diretta con oggetti volanti non identificati. Nella località bonarense di Punta Piedras, di fronte al Río de La Plata, avvenne un episodio impressionante, quando vari esperti del settore ebbero la possibilità di osservare una sfera di colore rosso salire dall’acqua, ascendere di vari metri – dove cambiò il colore in arancione – e finalmente allontanarsi a tutta velocità con direzione Uruguay.
L’incredibile caso avvenne il giorno 25 luglio 2009, nella citata località a nord della Bahía de San Borombón e trovò come protagonisti gli esperti del gruppo GABIE (Grupo Astronómico en Búsqueda de Inteligencia Extraterrestre) che, oltre a studiare episodi che riguardano gli UFOs, portano avanti il loro lavoro nel campo dell’Astronomia e di altre scienze. E in quel giorno indimenticabile erano presenti Pablo Lasa, Ariel Coppola, Martín Costes, Fernando Lisardo, Nicolás Lisardo e Catriel Lisardo.
Secondo i protagonisti che hanno relazionato sul caso, si ebbe un “allerta” nell’appostamento di “El Descanso”, il luogo di Punta Piedras. “La vigilanza UFO e l’osservazione astronomica era stata prevista per la settimana precendente ma poi, per cause meteorologiche, è stata spostata di una settimana”, hanno raccontato. Martin Costes fu quello che, tra i membri del gruppo, osservò il fenomeno in maniera più approfondita. “Abbiamo incontrato Pablo, Ariel, Fernando e i suoi due figli mentre erano attorno ad un fuoco, che parlavano di Astronomia. Improvvisamente si incominciò a parlare della realtà UFO“, ha riferito il protagonista. “Dopo alcuni minuti di dialogo, mi misi ad inserire i dati meteorologici nel mio notebook, dati che provenivano dalla Stazione Meteorologica. Dopo di che tornai al fuoco che era a pochi metri dalla base. Restai li fino a quando qualcosa mi diceva di andare al fiume. Dando importanza a questa cosa mi recai sul posto“, ha detto. “In quel momento accadde un episodio che non potrò mai più dimenticare. Nemmeno pochi secondi per guardare il fiume che, improvvisamente, vidi salire dall’acqua una sfera di colore rosso, molto forte, salire approssimamente intorno ai 15/20 metri di quota e cambiare il colore in arancione. Poi ascese di nuovo di circa 15/20 metri, spostandosi parallelamente al fiume da sinistra a destra, più volte“. Ma non è tutto.
“Continuò ad ascendere di circa 15/20 metri. Colpito da quell’evento urlai per chiamare gli amici che erano al campo base e, dopo ripetute chiamate, Ariel si alza e viene a vedere assieme al gruppo. L’oggetto si sposta in diagonale verso direzione Uruguay, a zig- zag e con movimenti laterali “su e giù“. Secondo il racconto del testimone “l’oggetto scomparve gradualmente alla distanza, fino a quando non abbiamo visto più nulla. E’ strano comunque il fatto che nonostante il campo si trovasse a circa 5 metri da dove mi trovavo io, le mie chiamate non vennero sentite all’istante. E inoltre, i telescopi puntavano esattamente il luogo dove si produsse l’eco al momento dell’avvistamento. Un altra cosa è che stetti in stato di shock per 15 minuti. L’avvistamento durò circa 3 minuti“, riferisce lo specialista.
Ariel Coppola fu l’altro esperto che si trovò nell’occasione di essere presente quando il fenomeno avvenne. E riferisce che “si osservava una sfera perfettamente rotonda, di un colore arancione forte. Su ogni lato di essa, una a sinistra e una a destra, due luci: una di colore rosso e una di colore verde; le stesse che usano gli aerei. Emettevano un sorta di flash ma con colore“, dichiara il testimone. Anche gli altri testimoni hanno confermato ciò.
Potrebbe scorrere in profondità per centinaia di metri creando una cavità molto stabile
MILANO - Hanno trovato un buco sulla Luna e lo hanno fotografato. È il primo ad essere scoperto dopo anni di ipotesi e ricerche sulle fotografie raccolte in quasi mezzo secolo di esplorazioni spaziali. A riuscirci è stata la sonda giapponese Kaguya che per due anni, e sino al giugno scorso, ha ripreso in continuazione mari e valli seleniche. Un apposito team di planetologi della Jaxa, l’agenzia spaziale nipponica, era al lavoro proprio con questo fine: trovare buchi lunari. E ci sono riusciti aprendo un interessante panorama di possibilità per quanto riguarda i piani della colonizzazione di cui si parla sempre più insistentemente.
LE IPOTESI - Il buco è stato identificato in un’area vulcanica vicino alle colline «Marius Hills» e ha un diametro di 65 metri. Junichi Haruyama, il leader del gruppo di ricercatori, ha spiegato che potrebbe scorrere in profondità per centinaia di metri creando una cavità molto stabile. Come si sia formato non è ben chiaro. Potrebbe essere stato generato in seguito a un’eruzione vulcanica nelle prime epoche della formazione del corpo celeste. Nei processi di raffreddamento della lava si generano situazioni del genere. Oppure si ipotizza che possa essere un buco che dalle profondità lunari permetteva la fuoriuscita della lava miliardi di anni fa.
Comunque sia l’origine, il buco c’è ed ora si vuol capire bene le sue caratteristiche. Per questa ragione la sonda americana Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa, da poco arrivata in orbita, punterà i suoi obiettivi per tracciarne con maggior dettaglio (dieci volte superiore) un identikit. Ma nel frattempo si metterà alla ricerca anche di altri possibili buchi esistenti in regioni diverse della superficie.
FUTURA RESISDENZA? - Questo interesse, oltre ad essere legato alla decifrazione della geologia lunare e alle caratteristiche del sottosuolo, mira già ad un’importante applicazione. Quella di trasformare questi buchi in residenze per gli astronauti nella colonia lunare a cui si sta pensando. Sulla Luna c’è il problema delle radiazioni dalle quali gli esploratori dovranno difendersi. Per risolvere questo problema che condiziona i futuri sviluppi dell’esplorazione ci sono tre possibilità.
Una è quella di costruire unità di abitazione con materiali e sistemi in grado di schermare la pioggia di radiazioni cosmiche che costituiscono un grave pericolo alla salute umana. La seconda ipotesi è quella di ricoprire le unità di abitazione di uno strato di regolite, che è il materiale della superficie, il quale funziona da schermo. La terza è di scovare caverne lunari nelle quali abitare. In questo caso il basalto della struttura geologica lunare è efficacissimo nella protezione. Ecco perché si cercano i buchi come quello finalmente trovato.
Le successive indagini ci diranno se la via delle caverne è davvero la soluzione vincente. Intanto le abbiamo trovate e questo è un punto di partenza concreto importante che materializza una possibilità in passato soltanto teorizzata.
Giovanni Caprara Corriere 23 ottobre 2009
Il futuro spaziale dell'Europa
Flavio Vanetti Mistero bUfo Corriere della sera.it 11/10/2009
Gli strani episodi di Canneto di Caronia - incendi spontanei nelle case, nella vegetazione, flussi anomali di energia elettromagnetica, avvistamenti di Ovni - non finiranno nell'oblio. Pare infatti che entro un periodo ragionevole di tempo (a occhio e croce entro la fine del 2009) verranno ripristinati quei monitoraggi che un paio di anni fa erano stati sospesi creando una tipica situazione all'italiana: da un lato c'era il decreto della presidenza del consiglio che istituiva il gruppo di lavoro interdisciplinare su questi fenomeni; ma dall'altro le stesse istituzioni (in senso lato, e viene in mente la Regione prima di tutte) nulla hanno fatto per risolvere un banale e decisivo problema, quello di dotare il comitato di una sede operativa una volta che il padrone dello stabile aveva dovuto vendere, per questioni sue, la casa nella quale le apparecchiature erano ospitate e dove funzionava la centrale di coordinamento.
Ebbene, questo lungo e incoerente impasse sembra destinato a terminare. Il dottor Venerando, coordinatore del gruppo di Caronia in questi giorni ha altro a cui pensare (lavora anche per la Protezione Civile e questo significa occuparsi della tragedia delle frane nel Messinese) e di norma, per sua forma mentis, non cede mai all'ottimismo. Però anche a lui risulta quanto abbiamo appreso in altri ambienti: si arriverà a posizionare sensori e macchinari oggi completamente inattivi in strutture pubbliche, come caserme dei carabinieri, tanto per dare l'idea. Non solo.
L'occasione sarà propizia per rilanciare l'operazione monitoraggio ad ampio spettro: più volte ci sono stati sospetti, se non certezze, che Caronia sia solo una delle facce di un prisma molto particolare, l'area del Basso Tirreno (basta ricordare strani fenomeni incendiari avvenuti su alcuni traghetti in servizio da Palermo alla Sardegna). Quindi, è molto probabile che i sensori vengano installati anche alle Eolie e in altre zone, allo scopo di creare una vera e propria rete di immagazzinamento dei dati.
E' quello che non si è più potuto fare, con un "buco" informativo grave ma forse superabile se si riprenderà a lavorare con lena, al di là delle inchieste della magistrature concluse con un nulla di fatto (convenienza ad archiviare? I sospetti sono forti e giustificati).
La realtà, comunque, è che tutta la popolazione di Caronia e della sua frazione sul mare, Canneto appunto, non ci sta a lasciar cadere le cose. "I sensori continuano a provare l'esistenza di qualcosa di anomalo: entrano in azione spesso e volentieri. Il problema è che manca la quadratura del cerchio, ovvero l'apparecchio che metabolizza i dati. C'è, ma è disattivato in un magazzino". Altri fenomeni strani si sono verificati, oltre ai passaggi in cielo di oggetti non identificati, quasi sempre correlati con gli episodi, quasi fossero una sorta di "valore aggiunto". "E fosse solo questo... - sottolineano ancora i rappresentanti che si battono per la tutela dei cittadini -: ci sono stati altri incendi inspiegabili di sterpaglie, esplosioni di lampade. E a un ragazzo si sono squagliate le scarpe che indossava..."
Senza dimenticare che chi prova a fotografare gli Ovni si ritrova nel giro di qualche minuto, non si sa perché, con delle bruciature alle mani (esistono documenti del Pronto Soccorso che certificano le ferite).
"Una verità noi la vogliamo. Qualunque essa sia": la rabbia del popolo forse prima o poi avrà soddisfazione.
A sorpresa ricominciano le indagini su Caronia
SONIA T. CAROBI Gialli 15 ottobre 2009
Canneto di Caronia. Incendi, flussi anomali di energia elettromagnetica, Ufo. A sorpresa riprendono i monitoraggi di tutta l’area del basso Tirreno, tra il paesino in provincia di Messina e le Isole Eolie. Nella case verranno riallestiti sensori e telecamere, e il fenomeno che aveva lasciato stordito mezzo mondo ritorna sotto i raggi X. Entro la primavera conosceremo la verità sul “paese dei fuochi”? C’è chi dice di si, c’è chi giura, invece, che quello che sta accadendo in Sicilia è solo un modo per cancellare dalla vicenda l’imbarazzante marchio del “segreto di Stato”.
Cinque anni. Hanno fatto trascorrere cinque anni nella speranza che la febbre calasse. Che l’ansia di risposte trovasse i luoghi tranquillizzanti del tempo che passa. Ci hanno messo un lustro per avere il coraggio di tornare in quei luoghi e riattivare sensori, telecamere, centraline che troppo frettolosamente erano state stipate in soffitta. Tanto loro lo sapevano che la storia sarebbe ricominciata. Tanto lo sapevano che sarebbe bastato ricollegare le sonde per vederle immediatamente in azione, per vederle registrare quel “qualcosa di anomalo” che cinque anni fa turbò mezzo mondo.
C’è poco da fare. Il mistero non si poteva liquidare dietro le frasi e le ipotesi di circostanza. Canneto di Caronia è un segreto ingombrante, e allora meglio togliere, almeno, quell’imbarazzante crosta che si chiama “Segreto di Stato”. Deve essere andata così. Cinque anni a pensarci e poi d’un solo colpo la soluzione finale. Si ritorna lì. Ma una volta per tutte. L’ultima.
Tempo qualche mese e in quel paesino di cinquanta abitanti schiacciato tra la costa e la linea ferroviaria Palermo-Messina ritorneranno scienziati, studiosi, esperti di vulcanologia e di fenomeni elettromagnetici, ma anche ispettori del ministero e militari in borghese. Tutti lì a tentare di dare una risposta finale ad uno dei misteri più impenetrabili degli ultimi tempi: Canneto di Caronia. Il Paese dei fuochi. Il borgo “elettrico”. Il quartier generale degli Ovni. Un pugno di case dove bruciano campi, le Tv e gli elettrodomestici si accendono da soli, i cellulari si ricaricano autonomamente, e una serie di oggetti volanti non identificati si spostano indisturbati sul pallido cielo del basso Tirreno.
X-Files
La storia comincia a metà febbraio del 2004. Ed è scritta nell’ultima riga di in un goffo documento della Polizia locale. “Non c’è dolo dietro i ripetuti fenomeni incendiari che da circa un mese si verificano nel piccolo centro siciliano”. Bruciano materassi, divani, impianti elettrici. E nessuno riesce a dare una spiegazione sensata. Intervengono le forze dell’ordine e si rendono conto che quello che sta accadendo a Canneto dovrebbe essere assegnato agli agenti Mulder e Scully della sezione X-Files.
Peccato che siamo in Italia e a determinate cose nessuno ci crede. Sulle spiaggia di Canneto pesci e cozze si arenano come alghe putrefatte. A largo basta un telefonino per fotografare bolle marine dal diametro di un chilometro. Nei campi le melanzane hanno i colori dell’arcobaleno.
Non ci saranno Mulder e Scully, ma almeno c’è bisogno di far intervenire la Protezione Civile.
E lì cominciano i pasticci. Già, perché senza pensarci due volte, gli uomini di Francesco Venerando decidono di far evacuare il paesino. Una quarantina di persone si caricano in macchina l’essenziale e si lasciano alle spalle quel pugno di case sul quale stanno piombando giornalisti di tutto il mondo. Ognuna di quelle 40 persone ha una storia da raccontare.
Testimonianze e prime spiegazioni
C’è chi si è visto il pc prendere fuoco all’improvviso e chi ha il parabrezza dell’auto “colpito dalla punta di un trapano invisibile”. E c’è anche chi fa vedere ad una televisione cinese le scarpe da ginnastica letteralmente “squagliate”. Non è proprio una bella storia. Alla Protezione Civile provano a dare subito una spiegazione. Almeno per far calmare le acque. “Canneto di Caronia – dice Venerando – e’ stata colpita da fenomeni elettromagnetici di origine artificiale, capaci di generare una grande potenza concentrata. Fasci di microonde a ‘ultra high frequency’ compresi nella banda tra 300 megahertz e alcuni gigahertz”. Plausibile. Ma intanto al paese arriva il Prefetto, e la cartella con le denunce e le segnalazioni segna la punta di ben 309 casi cui bisognerà dare risposte circostanziate.
C’è poco da fare. Non basta neanche più la Protezione Civile.
La task force
Il Caso Canneto arriva in Parlamento. Viene istituito un Gruppo Interistituzionale per l’Osservazione dei Fenomeni (di cui fanno parte molte Università, il CNR, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il Ministero delle Comunicazioni, la Marina e l’Aeronautica Militare), e in ogni appartamento viene piazzata una centralina di rilevamento. L’indagine va avanti a tutto spiano sotto gli occhi vigili di cronisti e reporter.
Fenomeni elettrici di origine sotterranea; principio della super-rotazione del nucleo e emissione a riccio di mare dei flussi che dal centro della Terra si riversano nella superficie terrestre; alti impulsi in ampiezza dei protoni solari del vento… Mille ipotesi, ma nessuna viene data per definitiva.
E proprio mentre sul paesino sembra alzarsi una imbarazzante bandiera bianca l’Espresso pubblica un servizio che è una bomba. Siamo nel 2005. Sul caso Caronia esisterebbe un “rapporto riservato” nel quale si dice senza mezzi termini che tecnologie militari evolute anche di origine non terrestre potrebbero esporre in futuro intere popolazioni a conseguenze indesiderate. E che “Gli incidenti di Canneto di Caronia potrebbero essere stati tentativi di ingaggio militare tra forze non convenzionali oppure un test non aggressivo mirato allo studio dei comportamenti e delle azioni in un indeterminato campione territoriale scarsamente antropizzato”.
Uno stop improvviso
L’articolo è talmente esplosivo che in Sicilia finiscono per dover ammettere una serie di cose impensabili fino ad allora. La Protezione Civile, ad esempio, riconosce che un elicottero ha rischiato l’avaria proprio mentre il cielo di Canneto veniva tagliato da due oggetti volanti non identificati.
Parte un’interrogazione parlamentare. Le indagini si fanno ancora più serrate, ma sul più bello la vicenda di Canneto di Caronia subisce uno stop. “Non possiamo più controllare l’area – dice duro Venerando – Non ci sono soldi, e ogni componente del Gruppo opera senza rimborsi e senza budget”. Insomma, di fronte al problema di sempre, su Canneto cala il silenzio. Ma qualcuno pensa che forse lo smantellamento e la dismissione di sensori e telecamere è un ordine che arriva dall’alto.
Fatto sta che il Gruppo si scioglie e a combattere per la verità rimangono solo gli abitanti del paesino che hanno ragioni più concrete per gridare la loro rabbia. Ora però pare che sulla vicenda si apra un nuovo spiraglio. Di sicuro i sensori verranno ricollegati e ricominceranno i monitoraggi. Sapremo la verità?
Il video di un misterioso anello luminoso comparso nel cielo di Mosca ha destato l'interesse di esperti e appassionati di Ufo in tutto il mondo. Il video, che raffigura una strana nube bianca, è stato girato da più di una persona la settimana scorsa e subito messo in rete. Secondo l'ufologo Nick Pope, si tratta di un vero mistero e qualunque cosa sia, sul Web le teorie non mancano.
Chi alle teorie aliene non ci crede cerca una risposta dalle parti dei meteorologi. Un funzionario del servizio meteo russo ha subito escluso ogni tesi paranormale: "Anche se è molto impressionante, è solo un effetto ottico. Se si guarda attentamente si possono vedere i raggi del sole che attraversano la nube."
La spiegazione del fenomeno naturale è quella che maggiormente convince i navigatori. Responsabili di questo affascinante spettacolo sarebbero quindi le correnti d'aria. Di recente, alcuni fronti di aria fredda provenienti dall'Artico hanno transitato sulla Russia; attraversando la luce del sole al tramonto, queste correnti possono produrre questo particolare effetto.
Servirà a produrre energia
È stato realizzato da ricercatori della Southeast University di Nanchino, in Cina
MILANO - Sembrava solo un esercizio teorico quando all’inizio dell’anno due ricercatori proponevano la creazione di un buco nero in laboratorio. Ora Tie Jun Cui e Qiang Cheng della Southeast University di Nanchino (Cina) lo hanno realizzato tra la meraviglia degli stessi teorici. La realizzazione è interessante per le prospettive pratiche che già si immaginano.
Quando Evgenii Narimanov e Alexander Kildshev della Purdue University nell’Indiana (Usa) lo ipotizzavano partivano dall’idea di riprodurre le stesse proprietà di un buco nero cosmico nel quale un’intensissima forza di gravità piega lo spazio-tempo circostante impedendo che anche la luce sfugga. E calcolavano anche come costruire uno strumento che materializzasse il loro sogno: in pratica una struttura di elementi cilindrici concentrici con un cuore centrale. Essi avrebbero avuto la capacità di concentrare l’energia luminosa nel cuore, intrappolandola proprio come fanno i mostri del cielo.
MICROONDE INVECE DI LUCE - Dalla teoria alla pratica si è arrivati in fretta all’università di Nanchino partendo dalla teoria elaborata all’università americana. E i due scienziati hanno dimostrato che funziona utilizzando invece della luce visibile delle microonde. Queste vengono catturate e deviate verso il centro senza più uscirne. E dal cuore dove cadono viene generato calore.
«Siamo sorpresi che ci siano riusciti così rapidamente» ammettono i teorici statunitensi. «Passare alla lunghezza d’onda della luce visibile – però aggiungono – sarà più complicato e bisognerà far ricorso a materiali diversi». La coppia cinese non si dimostra per niente intimorita dal commento dei concorrenti e anzi aggiungono: «Siamo fiduciosi di riuscire nell’impresa della luce già entro l’anno».
Quando ci riusciranno la nuova «tecnologia del buco nero» sarà preziosa per fabbricare celle solari molto più redditizie di quelle finora concepite. «E non serviranno più – nota Narimanov – grandi paraboloidi per concentrare e utilizzare la radiazione solare», come per esempio oggi accade per il solare termodinamico.
È solo questione di tempo: dai principi cosmici arrivano così vantaggi quotidiani «energetici». E questi buchi neri da laboratorio non hanno nulla a che fare con i buchi neri che qualche giocherellone ha ipotizzato si possano fabbricare nei laboratori atomici del CERN a Ginevra. È tutta un’altra questione.
Giovanni Caprara Corriere 15 ottobre 2009
2009-10-08
Quando cade un meteorite sulla Terra, spesso è impossibile stabilirne l'esatta provenienza nel sistema solare. Dei 1.100 meteoriti atterrati sul nostro pianeta negli ultimi 200 anni, i ricercatori sono riusciti a individuare l'origine di soltanto una dozzina. Una nuova rete di fotocamere posizionate nel deserto australiano è riuscita ora nell'impresa e ha rintracciato le origini di un nuovo meteorite.
Dopo aver analizzato la traiettoria del meteorite nel cielo - documentata dalla rete di fotocamere - il team internazionale di ricercatori provenienti dall'Australia, Repubblica ceca, Regno Unito e USA ha pubblicato le sue conclusioni sulla rivista Science, scrivendo che il meteorite proviene dalla fascia di asteroidi tra Marte e Giove.
Lo studio è stato in parte finanziato dall rete di ricerca ORIGINS ("Elucidating the origins of solar system(s): anatomy of primitive meteorites") del programma Marie Curie, con una somma di 2,6 milioni di euro.
Attraverso la tecnica fotografica a intervalli temporali, la rete scatta ogni notte un'unica fotografia del cielo. Sulla base di questa fotografia, che fissa l'immagine di un eventuale meteorite, gli esperti possono tracciare l'orbita dell'oggetto e prevederne il probabile punto di atterraggio.
"Siamo estremamente entusiasti della nostra scoperta", dice il dottor Phil Bland dell'Imperial College London, primo autore dello studio. "I meteoriti sono le rocce più analizzate sulla Terra, ma è veramente raro per noi riuscire a stabilirne la provenienza. Cercare di stabilire cosa sia successo agli inizi del sistema solare senza conoscere l'origine dei meteoriti, è come cercare di interpretare la geologia dell'Inghilterra a partire da pietre raccolte in un qualsiasi giardino."
L'oggetto, della grandezza di una pallina da cricket, è stato trovato nella piana di Nullarbor nell'Australia occidentale, dov'era atterrata nel luglio 2007. Anche la composizione del meteorite si è rivelata insolita, esso era composto da un tipo raro di pietra basaltica ignea.
Una teoria recente suggerisce che gli asteroidi composti da questo tipo di pietra ignea potrebbero costituire le basi su cui si formano i pianeti come la Terra. L'origine e la composizione del meteorite si riallacciano a questa teoria, e offrono quindi preziosi dettagli sulla formazione del nostro sistema solare.
La straordinaria scoperta va a corroborare le speranze dei ricercatori sul fatto che la rete di fotocamere nell'Australia occidentale sarà in grado di fornire ulteriori dettagli preziosi. "Non siamo il primo team a mettere in rete una serie di fotocamere per tracciare i meteoriti", dichiara il dott. Bland. "Ma gli altri team hanno incontrato degli ostacoli, perché i meteoriti sono piccole rocce e non sono facili da individuare in aree con molta vegetazione. La nostra soluzione è stata abbastanza semplice: creare una rete in un luogo in cui i meteoriti sono facilmente rintracciabili. Il deserto Nullarbor si è rivelato un posto ideale, grazie alla sua scarsa vegetazione e al colore chiaro della sua sabbia, sulla quale le rocce scure sono facilmente individuabili.
"È stato fantastico trovare un meteorite - di cui abbiamo rintracciato le origini nella fascia di asteroidi - già durante la nostra prima spedizione, usando soltanto una piccola rete di prova", ha fatto notare il dott. Bland. "Siamo cautamente ottimisti sul fatto che questa scoperta potrebbe essere la prima di una lunga serie, ma se ciò avverrà, ogni scoperta potrebbe offrirci degli indizi su come si è formato il nostro sistema solare."
Per maggiori informazioni, visitare:
Science
Imperial College London
Cordis
di Gigi Donelli
Due colpi secchi a breve distanza l'uno dall'altro. Due boati che nessuno sentirà perdersi nello spazio. Alle 13 e 30 ora italiana di venerdì 9 ottobre l'appuntamento da seguire in diretta sui canali della Nasa è sulla Luna, anzi nei pressi del polo sud lunare dove continua la caccia all'acqua sul nostro satellite con un esperimento che sembra partorito dalla mente di Jules Verne.
Dopo un viaggio di cento giorni nello spazio e il razzo Centauro e la navicella (Lcross Lunar Crater Observation and Sensing Satellite) si separano mentre viaggiano in rotta di collisione con la Luna: il razzo ormai privo di propellente prosegue la sua corsa, mentre la navicella spaziale sfrutta gli aviogetti per rallentare la sua corsa mentre resta sulla medesima traiettoria distruttiva.
E' proprio questa la chiave dell'esperimento: il Centauro, che è un cilindro di più di tre metri di lunghezza prosegue la sua corsa fino a schiantarsi in un cratere perennemente in ombra. Scava un buco di 4 metri per 20 di diametro e solleva soprattutto una colonna di detriti: è in quella polvere che la navicella cercherà, prima di distruggersi, di confermare la presenza di quelle tracce d'acqua che potrebbero determinare la direzione delle prossime missioni esplorative, della Nasa e non solo.
Sulle orme di M-Cube
Pochi giorni fa la professoressa Carle Pieters della Brown University aveva annunciato su Science di aver scoperto consistenti tracce di molecole di idrogeno dalle indagini combinate di tre strumenti di osservazione, M3, Deep Impact e Cassini. In particolare la mappatura compiuta dallo strumento americano M3 (M-Cube) era stato definito dalla ricercatrice statunitense "un grande passo in avanti per capire il processo di formazione del nostro satellite naturale". L'M3, il più sofisticato spettrometro mai inviato a studiare il nostro misterioso vicino, ha individuato in diverse zone polari della Luna tracce di molecole d'acqua e idrossile, molecole instabili composte da un atomo di idrogeno e uno di ossigeno.
Una dichiarazione clamorosa puntualizzata poi dal direttore del Planetary Science Division della Nasa: "Dobbiamo dire chiaramente – ha spiegato Jim Green – che persino il più arido dei nostri deserti contiene più acqua di quanta ne abbiamo trovata sulla Luna, ma è proprio il fatto che siamo certi di averla trovata a rendere eccezionale la nostra scoperta".
Dalle sorprese di Mercurio alle antenne che si indossano
LONDRA - In un laboratorio in fondo ad una miniera di potassio nel nord dell'Inghilterra, una piccola equipe di fisici britannici si sta preparando a sfidare il Cern nella caccia ai segreti dell'universo. Con la macchina da loro progettata e realizzata al costo di quattro milioni di sterline - contro i due miliardi spesi per l'acceleratore di particelle del centro svizzero di ricerca nucleare - gli scienziati sperano di identificare le elusive particelle subatomiche che darebbero origine alla materia oscura.
A rendere la loro sfida ancora più avvincente è il fatto che la loro macchina, chiamata Zeplin-III verrà accesa tra qualche settimana, proprio quando il Cern riavvierà il suo monumentale Large Hadron Collider. Chi per primo scoprirà qualcosa sull'identità della materia oscura, vincerà con ogni probabilità il prossimo Nobel per la fisica.
"Questo è uno dei grandi premi e obiettivi della fisica moderna. Si reputa che la materia oscura sia intorno a tutti noi, ma è invisibile, attraversa la materia ordinaria e fino ad ora è stato impossibile percepirla. Chiunque la scoverà, aiuterà a risolvere uno dei grandi misteri del funzionamento dell'universo", ha spiegato al Sunday Times Sean Paling, portavoce del team di scienziati.
Il laboratorio britannico si trova a Boulby, nei pressi di Cleveland, a quasi due chilometri di profondità, per proteggere i macchinari dai raggi cosmici. I fisici concentreranno le loro ricerche sulle cosiddette Wimps - acronimo di Weakly Interacting Massive Particle - ovvero particelle dotate di massa che interagiscono debolmente con la materia normale solo tramite la gravità e la forza nucleare debole. Le Wimps vengono utilizzate dai cosmologi per indicare le caratteristiche del candidato ottimale di materia oscura. Il team di Bouldy vuole sviluppare strumenti in grado di emettere un segnale quando vengono colpiti da queste particelle e poi analizzare questo segnale per comprendere le proprietà delle particelle.
L'approccio è sostanzialmente molto diverso da quello del Cern, che con il suo acceleratore mira a dare origine ad un'unica particella, il bosone di Higgs, per poi studiarla. Gli esperimenti del Cern non hanno però dato finora risultati positivi: lo scorso anno, al primo tentativo, si è verificata un'esplosione.
Nonostante l'approccio dei fisici britannici rappresenti una novità interessante, Jim Virdee, professore di fisica dell'Imperial College di Londra, ha detto di non essere d'accordo con l'idea di una gara contro il Cern. "La sola cosa che ha importanza qui è la scienza", ha detto il professore al quotidiano domenicale.
Lo afferma il capo progetto della sonda Chandrayaan-1, prima missione spaziale interamente indiana, lanciata da New Delhi l’ottobre scorso. Si attende ora la conferma della NASA proprietaria dello strumento che avrebbe rilevato la presenza di acqua.

New 24/09/2009
Delhi (AsiaNews/Agenzie) - La missione spaziale indiana Chandrayaan-1 ha trovato acqua sulla luna. Lo ha annunciato Mylswamy Annadurai, responsabile del progetto che ha lanciato nello spazio la prima sonda indiana nell’ottobre scorso. A rilevare la presenza di acqua è stato il Moon Minerology Mapper (M3) spettrometro della Nasa caricato sulla sonda indiana con lo scopo di stilare la mappa totale della superficie lunare.
L'annuncio ha scatenato l’entusiasmo dei protagonisti del programma spaziale indiano che negli ultimi anni sta facendo grandi passi avanti nella ricerca e nella costruzione di vettori e satelliti. Annadurai afferma che “la ricerca di tracce di acqua sulla luna” era “uno dei principali obiettivi di Chandrayaan-1”. La sonda, pur avendo interrotto i contatti con la terra in agosto, con largo anticipo rispetto al programma, avrebbe quindi svolto con pieno successo la sua missione.
G. Madhavan Nair direttore dell’Indian Space Research Organisation (Isro), l’agenzia spaziale di New Delhi, è più cauto di Annadurai. In attesa che la Nasa accerti la scoperta, Nair non conferma e annuncia maggiori informazioni sul caso entro la fine della settimana.
Gli scienziati hanno ipotizzato la presenza di acqua sulla luna fin dagli anni ’80, ma la scoperta indiana sarebbe la prima conferma di questa ipotesi e supererebbe. Per l’ISRO si tratterebbe di un grande successo.
Il programma spaziale indiano non ha ancora celebrato il primo anniversario del lancio del Chandrayaan-1, la prima missione interamente made in India, e già vanterebbe un successo epocale. Nell’ottobre 2008, quando la sonda era in rampa di lancio al Centro spaziale Satish Dhawan di Sriharikota, l’ex capo dell’Isro, G.K. Menon, aveva annunciato che “il prossimo passo sarà una missione umana sulla luna, per la quale gli studi sono già in corso” (vedi AsiaNews, 21/10/2008, “In partenza il primo satellite indiano per la Luna, cercherà acqua”).
Intanto, in attesa di inviare gli astronauti, l’Isro ha mandato nello spazio Oceansat-2, il suo secondo satellite destinato studiare clima e atmosfera dagli Oceani. Il lancio, avvenuto con successo il 23 settembre, è parte di una missione internazionale che vede coinvolte anche Germania, Svizzera e Truchia, proprietarie dei sei nano satelliti messi in orbita insieme all’Oceansat-2 grazie ad un vettore di fabbricazione indiana.

(AGI) - New Delhi, 23 set. - C'e' acqua sulla luna: l'annuncio potrebbe arrivare domani dalla Nasa, che ha convocato una conferenza stampa per annunciare "un'importante scoperta". A parlare sara' Carle Pieters della Brown University, uno dei principali ricercatori della Nasa per la mappatura dei minerali della luna (M3). Secondo quanto anticipato dal Times of India, a rilevare per prima la presenza dell'acqua e' stata la sonda indiana Chandrayaan-1 che il 30 agosto aveva dovuto interrompere in anticipo la sua missione, iniziata nell'ottobre 2008.
Chandrayaan-1 aveva tra gli obiettivi principali proprio quello di verificare la presenza di acqua sul principale satellite della terra. In un articolo in imminente uscita su Science, si spiega che una sonda della Nasa, il Lunar Reconnaissaince Orbiter, ha individuato la presenza di ghiaccio nei pressi del Polo sud lunare. Fin dagli anni '80 era stata rilevata la possibile presenza di acqua sulla luna, ma questa sarebbe la prima volta che se ne ha una conferma.



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